LA SCUOLA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS. La didattica a distanza sia un diritto per tutti e non un privilegio per pochi.

L’ inadeguatezza della attuale classe politica dirigente, già emersa durante i primi giorni della gestione dell’emergenza sanitaria, sta diventando drammatica sotto il profilo socio-economico, coinvolgendo tutti i settori della società.

La scarsa trasparenza delle indicazioni procedurali alle istituzioni scolastiche, nello specifico, ha favorito l’insorgenza di una nociva eterogeneità di conduzione, laddove, viceversa, si sarebbe reso necessario garantire prioritariamente il diritto allo studio, nell’oggettiva considerazione della disparità di accesso alle infrastrutture e alle risorse informatiche. E’ doveroso ricordare che non tutti gli studenti hanno strumenti informatici adeguati (pc, stampanti, scanner) o “connessioni veloci”, e spesso lo scambio dei compiti tra docente e alunno avviene attraverso la messaggistica di WhatsApp. Così come non tutti gli Istituti sono preparati all’uso delle tecnologie innovative, e molti docenti non hanno avuto abbastanza formazione sulle tecnologie didattiche.

La Didattica a Distanza, strumento pregevole sia dal punto di vista metodologico che come profilo attuativo della digitalizzazione della pubblica amministrazione, appare riduzionista sul piano propriamente emozionale e pedagogico, senza considerarne la non sostenibilità nel lungo periodo per le ragioni di cui sopra.

Eppure è l’unico strumento, ad oggi, che può garantire una – seppur minima – continuità didattica, soprattutto alla luce dell’informativa resa al Senato in data odierna con cui il Ministro Azzolina conferma che è una possibilità quella che non si torni alle attività didattiche in aula per l’anno 2019-2020.

Tuttavia, andava “studiata” meglio. La rimessione delle criticità procedurali all’autonomia delle singole istituzioni scolastiche – in tale frangente – denuncia un biasimevole scollamento dalla realtà quotidiana, come se la politica si deresponsabilizzasse rispetto ad una questione di cogente rilevanza. Ma entriamo nel dettaglio.

Il DPCM del 4 marzo sancisce che “i dirigenti scolastici attivano […] modalità di didattica a distanza anche riguardo alle esigenze degli studenti con disabilità”, a volerne significare, pur a servizio sospeso, la natura imperativa, defraudando nel contempo gli organi collegiali – presso i quali si incardinano i principi di democrazia e di pluralismo – delle rispettive competenze. Nondimeno, il riconoscimento del carattere contingibile ed urgente del contesto storico richiede senz’altro l’adozione di misure eccezionali: che queste ultime non coincidano con la mera prescrizione della didattica a distanza o con il paventato servizio di “help desk” è quantomai evidente!

Non chiarisce la Sig.ra Ministro come sarà validato giuridicamente l’anno scolastico, attesa la non capillarizzazione della connettività e, di conseguenza, la non fungibilità delle risorse informatiche da parte di una considerevole porzione della popolazione scolastica. Né specifica in che modo l’atto valutativo sarà equamente garantito in condizioni di non accertabilità né della “presenza” degli alunni (intesa virtualmente), né dell’effettività della prestazione resa.

Tra cerimoniali autoreferenziali dove parte della politica celebra se stessa – vedasi l’informativa resa nell’Aula di Palazzo Madama – la scuola davvero non sembra essere la priorità di questo Governo, né – soprattutto – lo sono i docenti, inquadrati non già come professionisti da valorizzare, ma come “mendicanti” di diritti affermati e violati con disinvolta impunità.

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